Dal 1060 al 1091, in un trentennio, i Normanni, dapprima attirati nell’Isola come mercenari di due opposte fazioni arabe in lotta fra loro, completarono la conquista della Sicilia, con Roberto il Guiscardo e Ruggero d’Altavilla, scacciando gli Arabi dal potere. Consentirono loro, però, di restare, assieme agli Ebrei, ai Latini e ai Greci, rimasti cittadini delle varie città siciliane.

Ben pochi sanno che, sin dagli antichi romani, si era formato proprio a Messina, città da cui proviene la mia famiglia, il più antico nucleo ebraico siciliano. Hanno eretto, proprio in questo periodo, l’XI secolo, la kenisat Massini (la sinagoga di Messina), a forma di esedra, aperta di mezzo e chiusa ai quattro lati; all’interno c’era un pozzo d’acque vive. Era conosciuto, stimato e considerato da tutti, Rabbi Abraham ben Shemuel Abulafia (nato a Saragozza nel 1240, morto dopo il 1291 a “Kemmuna” Comino – Malta), il rabbino più famoso, filosofo e profondo conoscitore della Qabba-lah. Col passar del tempo, ebrei e musulmani furono cacciati dalla Sicilia e la sinagoga, opportunamente rimaneggiata, divenne la chiesa di San Filippo Neri, distrutta dal terremoto del 1908.

La veloce conquista della Sicilia da parte dei Normanni si deve sia alle armature che coprivano cavalli e cavalieri, su cui si spuntavano le frecce e le lance arabe, sia alla decisione di attaccare anche in inferiorità numerica.
Questi guerrieri, venuti dalla Normandia, erano i discendenti di quei North-man, figli dei vichinghi, venuti al Sud con le aringhe affumicate, con gli spiedi rotanti sulle leccarde e i merluzzi secchi.

Grossi mangiatori di carni allo spiedo e grandi volatili al forno (oche, pavoni e gru), per la prima volta al mondo crearono la carica e il lavoro di “siniscalco”, cioè del perfetto trinciatore (o scalco), dei grandi arrosti, carica che poi, con implicazioni politiche, passò a tutte le altri corti europee.

Mi allontano un attimo per una piccola digressione.

Ritorniamo ai Normanni in Sicilia.

Morto Guglielmo il Buono senza eredi, la corona venne rivendicata da Enrico VI di Svevia, marito della zia Costanza d’Altavilla, figlia postuma di Ruggero II, obbligata a partorire nella tenda del mercato di Jesi, affinché tutti testimoniassero della legittimità della nascita del piccolo Federico Ruggero, vista la tarda età della puerpera (40 anni).

Incoronato re di Sicilia a quattro anni col nome di Federico I, venne allevato alla corte di Palermo e il mangiare siciliano, con le sue sfumature arabe e giudaiche, sarà quello che amerà di più.

Gli piaceva anche lo sfarzo orientale e alla sua corte vestiva come un vero Sultano: anche la sua tavola si ispirava a questo sentimento. Dante, non a torto, lo infilò nel X Canto dell’Inferno come eretico (quattro mogli, qualche scomunica per non aver voluto guidare la Crociata in Terra Santa e, quando ciò avvenne, fu accusato di volersi accordare coi Saraceni) ed epicureo, dopo la sua morte avvenuta improvvisamente nel 1250.
Soleva circondarsi di un serraglio di belve esotiche, trasportandolo anche nei suoi spostamenti; amava la poesia e la sua Scuola avrebbe dato vita alla lingua italiana, se non ci fosse di mezzo Dante, che così lo fregò due volte.
A tavola prediligeva la selvaggina da penna così tanto che lo portò a scrivere un trattato sulla caccia “De arte venandi cum avibus”, la caccia con i prediletti, ma crudeli, falchi.

Vi aggiungo una piccola curiosità.

Gli Angioini e gli Aragonesi

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento